Crowdsourcing e LinkedIn by

30 giu
2009

Dice Wikipedia che il crowdsourcing:

(crowd + outsourcing) è un neologismo che definisce un modello di business nel quale un’azienda o un’istituzione richiede lo sviluppo di un progetto, di un servizio o di un prodotto ad un insieme distribuito di persone non già organizzate in un team. Tale processo avviene attraverso degli strumenti web o comunque dei portali su internet.
Inizialmente il crowdsourcing si basava sul lavoro di volontari ed appassionati che dedicavano il loro tempo libero a creare contenuti e risolvere problemi. La community open source è stata la prima a trovarne beneficio.
Oggi il crowdsourcing rappresenta per le aziende un nuovo modello di open enterprise, per i freelance la possibilità di offrire i propri servizi su un mercato globale.

Dice un blind test che sebbene la parola sia stata coniata nel 2006, a marzo 2009 un campione di blogger italiani non ne avesse molto chiaro il significato.
Dice PI oggi:

C’è una tabella sul web che illustra, in otto semplici passi, l’intero processo di crowdsourcing. Sul primo, l’azienda ha un problema e, sull’ultimo, ottiene i suoi profitti. Nel mezzo del cammino, le folle online propongono soluzioni, premiate ed acquisite dai manager. Una sorta di chiamata pubblica o un atto volontario in classico stile Wikipedia. Jeff Howe, inventore del neologismo crowdsourcing, parla, tuttavia, di una “tempesta di fuoco” scatenata da LinkedIn dopo aver chiesto a diversi traduttori della sua community di lavorare gratis. Proprio come i volontari del crowdsourcing.

Qui termino l’intro aulica che mi ha ispirato la lettura di PI, facendomi incrociare le due cose che ricordo a proposito di crowdsourcing e passo a dire la mia sul tentativo di LinkedIn. IMHO è suicida chiedere a un professionista di fare il suo lavoro gratis per te perché è bello.. tenderei forse anche a diffidare anche di chi mi dice “ok, ci sto”.
Altra cosa è chiedere al popolo di tradurre l’interfaccia di LinkedIn perché ci piacerebbe a tutti averlo ciascuno nella nostra lingua (Wikipedia non la cito perché se no stufo, ma per aNobii ha funzionato, Netvibes idem) e lasciare che i traduttori professionisti, se vogliono e in quanto parte del popolo, facciano la loro parte.

@update Bernardo Parrella sul suo blog da una risposta a interrogativi come “Ti sei mai chiesto come sia possibile costruire e gestire un progetto di traduzioni multi-lingue aperto? Come tradurre qualsiasi cosa in modalità crowdsourcing, da una poesia haiku a un complicato testo letterario?

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